E dal cielo caddero tre mele

In un’atmosfera sospesa fra la storia e la fiaba, con una scrittura moderna e ancestrale insieme, profondissima e lieve, ironica anche nella tragedia, una voce che ha in sé forti echi di García Márquez o di Isabel Allende, E dal cielo caddero tre mele consacra l’arrivo sulla scena italiana di un’autrice di spicco della nuova letteratura in lingua russa.
Tradotto in quindici lingue, “E dal cielo caddero tre mele” ha vinto il prestigioso Premio Jasnaja Poljana 2016.
«E dal cielo caddero tre mele», dice ogni nonna armena per concludere una fiaba, «una per chi ha visto, una per chi ha raccontato e una per chi ha ascoltato». Cosí direbbe anche Sevojants Anatolija, che per età potrebbe essere nonna, ma che non è mai stata madre. La sua vita è tutt’uno con quella del paesino di Maran, tormentato dalla Storia, isolato dal resto del mondo. Ma nel sangue di Anatolija scorre anche la resilienza del popolo armeno, il suo senso dell’ironia e della solidarietà, la sua forza di rinascere. Perfino quella di credere nel potere salvifico delle fiabe sussurrate nelle orecchie dei bambini. «Quando uno scrittore crea un mondo – e insieme un nuovo modo di guardare un altro mondo – per noi lettori è una festa. Guadagniamo insieme a quello sguardo una nuova meta. Ai libri di Narine Abgarjan si arriva e poi si torna, e infine si ritorna ancora, con un incanto che resta» (Laura Imai Messina). «Venerdí subito dopo mezzogiorno, col sole che aveva scavalcato lo zenit e scivolava composto verso l’estremità a ponente della vallata, Sevojants Anatolija si coricò per prepararsi a morire». Cosí Narine Abgarjan ci apre le porte del villaggio immaginario di Maran, sulle montagne armene, dove trascorre, infelice, la vita di Anatolija. Dei cinquantotto anni compiuti a febbraio (unica della sua famiglia a non essere morta giovane), diciotto li ha passati con un marito violento e insensibile, covando invano la speranza di un figlio mai arrivato. Per tutto quel tempo Anatolija ha trovato rifugio nei libri della biblioteca dove lavorava, negli sguardi saggi degli animali da cortile, nelle parole dei vicini e delle amiche. Sullo sfondo, il microcosmo di Maran, teatro di tante vite che si mescolano, tutte immancabilmente segnate dalle catastrofi naturali di carestie e terremoti, dalla guerra, dai dolori personali, ma ciononostante dotate del dono della leggerezza, dell’ironia, di un buffo, cocciuto fatalismo, di un’incrollabile resilienza: a dispetto di tutto, la comunità sopravvive. Lo fa nelle narrazioni condivise, come il mito del pavone bianco che compare nei momenti di rinascita, e lo fa con il cibo, con le ricette di piatti antichi cotti sotto la cenere o nel miele che una bambina in visita dalla Russia chiederà di imparare. Sopravvive anche nella timida gentilezza di Vasilij, l’uomo con cui Anatolija ricomincerà a pensare al futuro, e nei gesti di vicinanza quotidiana con cui la solitudine viene spezzata come si spezzano le maledizioni. Cosí, come Anatolija, anche Maran dovrà ricredersi sulla propria fine, riscoprendo l’amicizia, l’amore e la solidarietà diffuse in un luogo che è tanti luoghi insieme, in gente che rispecchia un intero popolo aggrappato con le unghie alle pendici delle montagne e alla propria identità.
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