Criminalità immaginate
Ripoliticizzare la questione mafiosa

Cancro, virus, antistato. Nel dibattito pubblico sulla mafia sono varie le metafore usate per narrarla come un agente patogeno che corrompe un corpo sano.
Questa lettura semplificatoria – comprensibilmente nata dalla devastante violenza delle stragi ma non sufficiente a descrivere il fenomeno nel suo complesso – ha inchiodato il movimento antimafia su contrapposizioni binarie: legalità e illegalità, onestà e corruzione, stato e criminalità organizzata. Il mondo della ricerca ha da tempo tratteggiato analisi della mafia più sfumate e complesse, esplorandone le dinamiche economiche e materiali, gli intrecci col capitalismo, i codici socio-culturali che producono forme di consenso, l’autorappresentazione identitaria dei gruppi mafiosi e delle élite con cui dialogano. Ciò non ha però inciso sul discorso istituzionale, incentrato su un approccio moralista e legalitario che, senza profondità critica, preferisce dipingere santini di eroi e vittime e additare lo stigma criminale piuttosto che indagarne la natura politica. Usare il concetto di «comunità immaginate» di Benedict Anderson per ripoliticizzare la questione mafiosa vuol dire guardare oltre il cliché del malavitoso armato e individuare immaginari e strutture concrete di un potere i cui fili sono mossi da imprenditori, professionisti e politici: la «borghesia mafiosa» che attraversa le nostre strade e, forte di un’egemonia fondata su clientelismo, e corruzione costruisce sistemi di governo che vanno ben oltre la violenza dei clan.
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