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Gian Marco Griffi, Più segreti degli angeli sono i suicidi. Intervista

Non è intenzione dell’autore promulgare in alcun modo il suicidio, né promuoverlo. Egli – l’autore – è convinto che la vita sia meravigliosa. Pertanto tutto l’infernale, grottesco, fantascientifico mondo che troverete nelle pagine di questo libro non rispecchia minimamente il nostro bellissimo pianeta Terra (o lo rispecchia in modo trascurabile), ma è frutto di un’immaginazione strampalata o, se preferite, di un sonno tormentato.

Questa l’avvertenza che Gian Marco Griffi pone al principio del suo esordio, Più segreti degli angeli sono i suicidi, titolo che è un verso di Milo de Angelis. Un omaggio al passato poetico dell’autore, la cui immaginazione ha prodotto un mondo artificiale nel quale vita e morte non hanno alcuna importanza. Ogni giorno è dedicato a un prodotto di mercato, le persone si muovono in spazi coloratissimi e profumati, tra suicidi programmati e abusivi: un’iperbole del futuro, un’allegoria del presente. Non si pensi a toni da tragedia. L’ironia, il sarcasmo, l’effetto buffo e spiazzante dell’accumulazione alla Rabelais sono una delle cifre stilistiche che caratterizzano Più segreti e lo rendono un romanzo unico, affascinante come può esserlo la disperazione nella sua forma più lucida. Un’anteprima è disponibile qui.

Più segreti degli angeli sono i suicidi è un libro complesso, un romanzo-mondo fatto di personaggi strambi che danno vita alle storie del Sabbionasso, quanto di più simile a un girone infernale mi sia capitato di leggere negli ultimi anni. E Sabbione, di dantesca memoria, è il nome che hai dato a un paese del Monferrato, dotato di propri organi di governo e addirittura di una legislazione che prevede che i suoi abitanti, a dati giorno e ora, si debbano suicidare. Come nasce questa idea?

Ho iniziato a scrivere di Sabbione principalmente perché un pomeriggio di aprile di circa dodici anni fa un amico si è procurato una rivoltella e si è infilato una pallottola nella tempia. Potrei scrivere un altro romanzo sulle mille cose che ho immaginato ed elucubrato a proposito del perché lo abbia fatto, ma la verità è che non c’è modo di scoprirlo; di certo non potrò scoprirlo io, né potrebbe farlo un plotone di psicologi. Io potevo solo immaginare un contesto nel quale inserire delle storie, e ho provato a farlo.    

Una curiosità piccola piccola: la lingua ufficiale di Sabbione è l’esperanto. Perché?

Perché avevo bisogno di una lingua arida. A Sabbione è il Governo a imporla ai cittadini, pensando (erroneamente) che da una lingua arida e artificiale non possa fiorire tutta una serie di espressioni e volgarizzazioni che sono una componente adorabile, libertina e libera del linguaggio (e sia chiaro: non mi riferisco a ‘petaloso’ e affini, e neppure alla sciagurata inglesizzazione/semplificazione dell’italiano).  Ho immaginato che gli abitanti di Montemagno (in Monferrato, il posto in cui sono cresciuto) fossero costretti a rinunciare non solo al loro magnifico dialetto, ma anche all’italiano, che è una lingua di una bellezza sconfinata (ammesso che tra quarant’anni, seguendo televisione e politica, non si trasformi in una lingua estinta). Il problema è che se in un posto qualunque si parlasse davvero esperanto, i parlanti comincerebbero a renderla una lingua tutt’altro che arida, in poco tempo creerebbero parole ed espressioni nuove, prenderebbero a mescolare tutto, a utilizzare prestiti da altre lingue e dai dialetti, come per esempio (con le dovute proporzioni e le differenze del caso) è successo con l’italiano. Ho scritto numerosi brani su questo tema, compreso un “coro di cittadini sabbionassi” in esperanto che argomentava in forma poetica questo discorso: era l’epoca pre-Google Translate e ci misi un mese per scriverlo, con un vocabolario esperanto e un libro di grammatica esperanta sulle ginocchia; tenevo al “coro” come si tiene a un figlio, e ovviamente è stata una delle prime cose ‘tagliate’ in fase di editing. Di tutte le ‘spiegazioni’ sulle ragioni della scelta dell’esperanto, nel libro è finito poco o nulla per motivi di spazio. Del resto se avessi messo nel libro tutto quello che ho scritto su Sabbione avrei fatto un libro di duemila pagine, cosa impossibile per ovvie ragioni.

Come nasce questo libro, quanto tempo ti ci è voluto per concepirlo e scriverlo? Come è arrivato alla pubblicazione e com’è stata l’esperienza con un editore come Bookabook?

Nasce da vari racconti, brani, poesie e molte altre forme narrative. Ho iniziato a scrivere di Sabbione dodici anni fa. Alla pubblicazione ci è arrivato attraverso l’invio a ventiquattro case editrici, che non hanno mai risposto. Ogni volta che una casa editrice “rispondeva” con un silenzio, pensavo “non va bene”, e riscrivevo, cambiavo, modificavo. Poi rimandavo a un’altra casa editrice che puntualmente non rispondeva, e via daccapo.  I silenzi editoriali hanno prodotto un risultato: ho iniziato a pensare che il valore della mia scrittura fosse pari a zero.  Il primo (e l’unico) membro della Repubblica delle Lettere a rispondermi è stato Giulio Mozzi. A un certo punto mi ero messo a inviare il libro selvaggiamente; una sera Giulio mi telefonò e mi disse: lotterò affinché il tuo libro sia pubblicato. Neppure lui ce l’ha fatta, nonostante all’epoca della prima telefonata lavorasse per Einaudi e successivamente per Marsilio (con la quale collabora, o lavora, non so, tuttora). Mi dice che non è mai riuscito a farlo leggere all’editor di una casa editrice. Non ho idea del perché nessuno, all’interno delle case editrici, abbia mai voluto leggere il mio libro, ma ormai non ha più importanza. Per tre anni ho abbandonato tutto, non ho scritto una riga e non ci ho più pensato, fino al giorno in cui ho letto da qualche parte di Bookabook e del crowdfunding. Mi sono detto ma sì, proviamoci, per buttare via tutto tanto vale fare un ultimo tentativo. A quel punto, un anno e mezzo fa, con la prospettiva di poter far leggere davvero a qualcuno il libro, mi sono rimesso a scrivere, riscrivere, lavorare sul progetto che è diventato la versione ora pubblicata.

Più segreti per me rappresenta (anche) una mistura micidiale tra il Foster Wallace di Infinite Jest e il Rabelais di Gargantua e Pantagruele; altri lo paragonano all’Antologia di Spoon River. Sono letture che hai frequentato e, se non queste, quali altre pensi/senti ti abbiano maggiormente influenzato nella scrittura del romanzo?

La mia più grande passione, da sempre, è immaginare storie. Queste storie non volevo dipingerle o musicarle, farci un film o disegnarle, volevo scriverle. E naturalmente non avevo idea di come fare. Eppure la soluzione era semplice, me ne sono accorto presto: dovevo leggere, studiare e capire come avevano fatto a scrivere le storie gli altri, da Eschilo a Le mille e una notte, da Dante a Topolino.  Quindi leggere è diventata una passione propedeutica alla scrittura. Pertanto la risposta alla domanda è sì, certamente ho letto Foster Wallace, Rabelais, Spoon River, così come ho letto e riletto Sterne e Cervantes, Joyce e Eliot (ho letto La terra desolata così tante volte che ho sciupato le pagine del libro), ho letto e riletto Bolaño e Borges, ho letto un’infinità di atti unici teatrali (Beckett, Pinter, Ionesco, Pinget e mille altri) che sono stati una fantastica palestra per scrivere i dialoghi, eccetera. Ma in realtà il mio punto di riferimento principale è stata la letteratura italiana, perché la lingua, le parole, i vocaboli, li potevo studiare davvero soltanto nei libri di quelli che hanno scritto nella lingua in cui scrivo io. E qui fare soltanto un nome è impossibile, perché ho provato a imparare da tutti quelli che ho letto, da Manzoni a Gadda e Manganelli fino a Celati e Mari, da Stefano D’Arrigo a Giorgio Falco (per dirne uno poco più anziano di me, potrei fare molti altri nomi). E poi ci sono i poeti italiani: i poeti sono i grandi maestri del linguaggio, da Zanzotto a De Angelis. Se uno vuole scrivere può imparare da chiunque, basta saper leggere.


Vi sono autori, autrici che parlano di urgenza di scrivere, come si trattasse di un bisogno insopprimibile; invece ti chiedo, questo tuo lavoro risponde a un’esigenza etica, morale?

Non ho l’urgenza di scrivere e scrivere non è un bisogno insopprimibile. Per me, l’unica cosa davvero insopprimibile è immaginare storie (o cazzate, dipende dal punto di vista). Alla domanda sull’etica e sulla morale invece rispondo di sì, ma deve restare una cosa solo mia; il lettore non dovrebbe sentire il fiato dell’autore sul collo, anzi, per come intendo io la letteratura, il lettore non dovrebbe sentire l’autore proprio per niente: io scrivo la storia e poi sparisco; le parole sono lì da leggere, e il resto, caro lettore, è tutta roba tua.    

Ci siamo conosciuti una quindicina di anni fa, se non di più, grazie a un sito di scrittura, Liberodiscrivere, dove all’epoca, oltre a Roberto Gasco (Robysan) che tanta parte ha avuto nella genesi di Più segreti, scrivevano autori come Luigi Romolo Carrino. All’epoca scrivevi (bellissime) poesie sotto lo pseudonimo di Kral Majales, ricordo ad esempio Wanderungen; non mi pare di aver letto qualcosa di tuo in prosa. Che mi dici di quegli anni, di quella esperienza? Si possono trovare da qualche parte le tue poesie? Te lo chiedo perché sento che, prima o poi, qualcuno me lo chiederà.

Bella esperienza, per la prima volta ho conosciuto persone con la passione per la scrittura e ho potuto far leggere le cose che scrivevo io; è stato il banco di prova per capire se scrivevo solo cazzate o se qualcuno avrebbe potuto apprezzarle. Le mie poesie sono introvabili, perfino per me: spesso Roberto tira fuori cose di cui manco ricordavo l’esistenza (già che ci sono, Roberto è stata la prima persona a credere in Sabbione e nella mia scrittura, mi ha sempre spronato ed è grazie a lui se non mi sono arreso definitivamente. Se oggi il libro esiste, devo ringraziare soprattutto lui), ma c’è una cosa in ballo per il 2018, una nuova edizione di Wanderungen; vedremo. In quegli anni scrivevo già in prosa ma non la facevo leggere a nessuno, non so perché.

Che cosa stai scrivendo adesso? Come organizzi il tuo lavoro di scrittore, visto che di mestiere fai tutt’altro?

Sto lavorando a una cosa che ha per protagonista Faust Umbilk, uno dei protagonisti assenti di “Più segreti degli angeli sono i suicidi”. Se riuscirò a completarlo sarà il mio “Purgatorio” (“Più segreti”, ovviamente, è il mio “Inferno”). Poi sarebbe bello scrivere anche il mio “Paradiso”, ma al momento non riesco proprio a immaginarlo. Sull’organizzazione della scrittura: immagino e prendo appunti continuamente tutti i giorni (sono arrivato ad avere tremila note sul cellulare, stava esplodendo), ma scrivo di lunedì, che è il mio giorno libero. A volte di sera, ma raramente. Poi d’inverno, tra dicembre e gennaio, quando ho meno lavoro, mi scateno. Totale, c’è chi odia i lunedì, io li amo. 

Gian Marco Griffi, Più segreti degli angeli sono i suicidi, Bookabook, 18 euro

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