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VEDI ALLA VOCE ACCOGLIERE, il resoconto dell’assemblea pubblica del 14 settembre 2015

Dopo l’assemblea condotta da Federico Faloppa di lunedì 14 settembre, è attiva la pagina Facebook VEDI ALLA VOCE ACCOGLIERE (https://www.facebook.com/vediallavoceaccogliere), per far circolare link utili, brevi documenti, e tenerci in contatto e aggiornati sulle varie iniziative.

Ed ecco il resocondo elaborato da Federico con l’aiuto di Manuela e Alessandra.

VEDI ALLA VOCE ACCOGLIERE – Assemblea pubblica per la costruzione di una rete di solidarietà verso i rifugiati – Lunedì 14 settembre 2015, Libreria Trebisonda, Torino.

Federico Faloppa ringrazia per l’ospitalità la Libreria Trebisonda, introduce e si propone come coordinatore dell’incontro, le cui finalità sono, principalmente, quella di raccogliere informazioni su ciò che già c’è e si fa a Torino, mettere in rete persone ed esperienze, fare proposte concrete. L’assemblea è aperta ed informale: ci sono già alcune persone iscritte a parlare ma tutti possono prendere la parola. Agli interventi vengono poste soltanto due condizioni di ordine pratico, per evitare di perdere tempo (anche vista l’altissima partecipazione): 1) non alimentare polemiche sterili; 2) nell’intervenire, tentare di essere brevi e di andare al punto.

Dopo aver citato alcune realtà che operano a Torino, e i cui rappresentanti interverranno durante la serata, Federico cita l’esempio di reti di associazioni o di individui che in Inghilterra (ad esempio Hull, Yorkshire), lavorano non solo per procurare beni di prima necessità (es. vestiti, cibo) ma anche per costruire socializzazione e autogestione di spazi cittadini. Altro esempio citato, più istituzionalizzato, è quello di Monaco di Baviera, dove una rete di 58 associazioni, coordinate da Caritas e dal comune di Monaco, ha partecipato alla costruzione di un efficace portale web (www.willkommen-in-muenchen.de) con finalità di coordinamento, raccolta e diffusione di informazioni, intervento diretto da parte di singoli e aziende che possono scegliere di contribuire mettendo a disposizione, secondo le necessità del momento: 1) tempo (es. tutoraggio, accompagnamento, co-gestione di attività); 2) denaro; 3) beni materiali (vestiti, oggetti, mobili…). Il sistema di “tutoraggio”, in particolare, pare aver dato buoni frutti a Monaco, perché permette ai singoli cittadini di offrire alcune ore alla settimana per attività utili ai rifugiati/migranti (ad esempio: assistenza sul territorio per risolvere questioni pratiche/burocratiche; accompagnamento sul territorio; tandem di lingua; gestione della vita sociale e del tempo libero, ecc.). In generale, sottolinea Federico, sarebbe utile provare a mappare i progetti già esistenti – non solo a Torino o in Italia – per avere idee, spunti, consapevolezza delle criticità.

Magda Bolzoni presenta l’attività dell’associazione Mosaico (www.mosaicorefugees.org; mosaico@mosaicorefugees.org), nata una decina di anni fa dal lavoro congiunto di italiani e rifugiati. L’associazione ha sede presso la Casa del Quartiere in San Salvario, via Morgari 14. Mosaico non gestisce direttamente l’accoglienza ma si occupa di sensibilizzazione, advocacy e supporto nel percorso di autonomia di richiedenti asilo e rifugiati. Fa parte del Coordinamento Non Solo Asilo (nonsoloasilo.org), una rete di una quindicina di realtà presenti sul territorio piemontese che lavorano con richiedenti asilo e rifugiati.

Luisa Mondo, referente regionale del GrIS (Gruppi Immigrazione e Salute) Piemonte (www.piemonteimmigrazione.it/site; www.simmweb.it), presenta la Guida al servizio sanitario, edita nel 2008 e ristampata in seguito. Ogni persona che si trovi in territorio italiano ha diritto all’assistenza sanitaria: viene consegnato un codice fiscale e un documento temporaneo e garantita l’esenzione ai ticket per i primi 6 mesi dalla consegna dei documenti. Luisa Mondo ricorda inoltre come la SIMM (Società italiana di medicina dell’immigrazione) ponga l’attenzione sulla necessità di: a) attivare corridoi umanitari; b) superare gli accordi di Dublino; c) coadiuvare le realtà che operano nel settore dell’accoglienza e assistenza immigrati nella richiesta di finanziamenti europei, e controllare l’eventuale gestione dei fondi d) abolire tutte le forme di detenzione a favore di politiche di accoglienza sul territorio.

Luca Ruffinatto lavora presso la cooperativa sociale Atypica (www.atypica.it), che propone progetti rivolti a giovani, ma anche nel campo della solidarietà e della mediazione culturale. Tra i progetti, “Housing sociale Villa5” integra la ricettività turistica con l’offerta di accoglienza sociale, e fornisce ospitalità a 10 rifugiati all’interno di un residence. Contrariamente ad altre prefetture, la Prefettura di Torino – sostiene Luca – ha saputo supportare il servizio seriamente, certificando l’esperienza dei lavoratori della cooperativa, e controllando frequentemente la qualità dei servizi offerti e il rispetto dei diritti fondamentali delle persone accolte. Secondo Luca, quando si ospitano dei rifugiati non bisogna dimenticare l’importanza di un sostegno etnopsichiatrico: si tratta infatti spesso di persone traumatizzate, ed è essenziale affiancare loro professionisti preparati. Luca ricorda infine che i 34,50 euro pro die destinati a ogni singono rifugiati non sono molti, anzi: se l’assistenza e l’accoglienza hanno degli standard decenti, e prevedono servizi nient’affatto secondari quali, appunto, il supporto psicologico, i costi sono evidenti (e necessari). Di questi 34,50 Euro, comunque, solo 2,50 Euro al giorno vanno direttamente alla persona assistita: occorre ricordarlo a chi straparla di costi e di giornaliere senza saperne nulla.

Massimo Pastore di ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione: www.asgi.it) conferma che i contributi europei stanziati per l’accoglienza dei rifugiati non sono affatti sottratti da altri capitoli di spesa: sono soldi destinati ad hoc, che non verrebbero comunque spesi su altri voci. Anche questo bisognerebbe ricordarlo a chi straparla di soldi sottratti agli italiani e ‘dirottati’ verso i rifugiati. Massimo ricorda inoltre come il grosso dell’onere nella gestione dei rifugiati sia sostenuto dai paesi confinanti con zone di guerra (Libano, Giordania, Turchia), e come l’Europa invii soldi a questi paesi per interessi strategici, e per evitare che crollino sotto la spinta delle emergenze umanitarie e dell’avanzata dell’Isis. Pare che l’incremento attuale dell’afflusso di profughi derivi soprattutto dal deterioramento delle condizioni di vita nei grandi campi profughi in Libano e Giordania, deterioramento avvenuto anche a causa del mancato/ridotto invio di aiuti da parte dei paesi europei. Sul piano giuridico, Massimo ricorda infine come secondo gli accordi di Dublino, il Paese in cui si dovrebbe presentare la domanda d’asilo è il primo Paese in cui si transita (e si viene identificati). Un simile sistema può funzionare solo se tutti i Paesi hanno gli stessi standard e tempistiche per le domande di asilo, nonché le stesse procedure d’accoglienza; ma è destinato al collasso se così non è. Un esempio paradossale: le domande di asilo rifiutate in Norvegia vengono riesaminate e accolte in Italia, perché i due paesi hanno criteri differenti.

Hassan Khorzom è un rifugiato siriano, attualmente residente a Torino, e racconta la sua esperienza. Dopo essere fuggito dalla Siria, dove aveva un ottimo lavoro e un alto tenore di vita prima che la guerra mettesse a soqquadro il paese, è venuto in Italia dove ha ottenuto lo status di rifugiato. Ha quindi richiesto il congiungimento familiare per i membri della sua famiglia, ma ha scoperto che era possibile ottenerlo solo per la moglie e per i figli minorenni. Dunque le sue diue figlie maggiorenni non sono riuscite a entrare raggiungere subito l’Italia, e una – anzi – si è dovuta fermare in Turchia. La situazione – racconta Hassan – è disperata non solo in Siria, ma anche fuori dal Paese. Negli immensi campi profughi in Giordania, Libano, Turchia, ad esempio, la situazione sanitaria è disastrosa. Oggi i profughi siriani si aggirano intorno ai 13 milioni. In generale, ci sono difficoltà e tempi estremamente lunghi per ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato. Hassan ricorda inoltre che chi scappa dalla Siria lo fa non per migliorare la propria situazione economica, ma per sfuggire a una realtà terribile. In Siria l’Isis rappresenta soltanto un 20% del problema. A seguito delle rivoluzioni del 2011, entrarono in Siria migliaia di infiltrati provenienti da fazioni militari; l’Isis, in Siria, cominciò a diventare un grave problema verso la fine del 2013, quando però nel Pease c’era già una situazione drammatica dovuta alla guerra civile interna. 23 milioni di Siriani vivevano in pace fino a cinque anni fa, mentre ora metà della popolazione siriana vive in esilio. Per i prossimi 15 anni la Siria sarà un paese distrutto: per riavere delle infrastrutture funzionanti dovrà aspettare almeno 20 anni.

Marta Peradotto racconta la propria esperienza nel presidio NoBorders di Ventimiglia (http://noborders20miglia.noblogs.org). Il presidio nasce non solo con l’intenzione di aiutare i migranti a passare la frontiera ma anche come luogo di difesa dei diritti umani e della libertà di movimento. Il presidio è diventato permanente: con bagni e una piccola cucina, luoghi di aggregazione e di insegnamento delle lingue (soprattutto francese e inglese) e distribuzione di informazioni utili. Necessita di volontari, donazioni, contributi. Ci sono circa 200 migranti attualmente, ma il numero è in continua crescita, e si tratta di persone provenienti soprattutto da Sudan, Eritrea, Afghanistan. Le polizie di confine di Francia e Italia giocano a “ping-pong” con i migranti, forti degli accordi Dublino (che stabiliscono che è il primo paese di transito ad avere l’onere del diritto d’asilo) e di Chambery (che accetta come “prova di passaggio” in un paese anche oggetti non probanti come un semplice scontrino). Marta spiega come sulle due frontiere (quella alta e quella bassa) di Ventimiglia sia aumentata la presenza dei passeur, che si approfittano dello spaesamento geografico dei migranti per estorcere loro denaro, prima di abbandonarli molto lontani dalle destinazioni pattuite. Il presidio NoBorders, oltre a fornire assistenza materiale, dà utili informazioni ed esercita un’attività di controllo sulla polizia, affinché questa non commetta violenze o soprusi ai danni dei migranti.

Berthin Nnonza, presidente dell’Associazione Mosaico, sottolinea l’importanza non solo di come accogliere chi arriva da un contesto di guerra e dittatura, ma anche di come valorizzare le testimonianze raccolte per informare e creare sensibilità. Originario del Congo, rifugiato in Italia dal 2002, Berthin invita ad andare oltre il momento emotivo, e a cogliere quest’occasione per riflettere su che cosa si intenda per accoglienza, e per sviluppare una nuova visione sull’accoglienza e sull’immigrazione nell’immediato futuro.

A questo punto dell’assemblea, si apre un breve dibattito sulla qualità dell’informazione, e su come spesso venga distorta e manipolata. Ma l’argomento è ampio e complesso, e Federico Faloppa invita a rimandare la discussione a una serata successiva. Massimo Pastore sottolinea però l’importanza delle testimonianze dirette – come quella di Hassan – per tentare di andare oltre gli stereotipi e la scala di priorità decisa dai media.

A proposito di esperienze dirette, interviene Federico Freddo, che raccconta la sua esperienza di osservatore a Calais, dove c’è un campo profughi – chiamato “la jungla” – che raccoglie 3-4 mila persone. Malgrado la superficialità con cui questo luogo viene raccontato dai media, si tratta invece – ricorda Federico – di una realtà sociale complessa, autogestita, fuori dal controllo istituzionale, e diventata col tempo non più soltanto un luogo di transito ma anche di accoglienza. Uno dei problemi principali alla “jungla” è la mancanza di raccolta della spazzatura, che deve essere incenerita sul posto. C’è molta solidarietà da parte degli abitanti di Calais, che dista dalla “jungla” 6 chilometri, contrariamente a quanto dicono i media.

Marinella Belluati, sociologa della comunicazione dell’Università di Torino, osserva che – secondo lei – non esiste una manipolazione concordata o un complotto da parte dei media, ma che la cattiva informazione è il prodotto di cattive pratiche reiterate, e di una mancanza di sintesi. Marinella segnala l’attività dell’Associazione Carta di Roma, fondata da giornalisti professionisti e promotrice di campagne nazionali contro lo hate speech e per un’informazione più rispettosa delle persone quando si parla di migrazioni e minoranze (www.cartadiroma.org).

Si torna a discutere di che cosa fare, praticamente. Dal pubblico, viene segnalata l’attività del coordinamento Non solo asilo (www.nonsoloasilo.org), che mette insieme sigle a approcci diversi, e che è attivo da anni nell’accoglienza di migranti e richiedenti asilo.

Al di là di interventi pratici, viene anche sottolineata l’importanza di confrontarsi sul senso dell’accoglienza, di far avanzare la riflessione circa la società plurale, e di fare massa critica (anche in termini culturali) per sostenere esperienze già esistenti quale quella delle occupazioni all’ex-MOI da parte del Comitato Solidarietà Rifugiati e Migranti (https://exmoi.wordpress.com).

In chiusura di assemblea, Federico Faloppa propone: 1) di contattare le associazioni già presenti sul territorio, per capire quali sono le priorità oggi a Torino; 2) di raccogliere informazioni sull’accoglienza, e di far circolare le informazioni attraverso una mailing list e una pagina facebook (https://www.facebook.com/vediallavoceaccogliere?fref=ts); 3) di organizzare altri incontri per approfondire gli argomenti lasciati in sospeso, ascoltare altre testimonianze, darsi una lista di priorità; 4) di pensare a come progettare – nel caso – un portale simile a quello utilizzato a Monaco di Baviera.

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