La vita è troppo breve per leggere brutti libri
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IO LA VEDEVO, DOVEVO. Ivan Fantini in reading

IO LA VEDEVO, DOVEVO. Ivan Fantini in reading

data/ora
dal 30 ott 2019
6:30 PM - 7:45 PM

sede
Libreria Trebisonda

tipo di evento


Mercoledì 30 ottobre alle pre 18:30

io la vedevo, dovevo
il nuovo scritto di Ivan Fantini per Barricate edizioni
una piccola storia dimenticata che continua a far girare la storia, una storia letta ad alta voce

apostrofata a sproposito, ammonita, schedata, isolata
una povera pazza, una puttana…
ma era questo che era?
era questo che era?

l’ho vista rimestare nel vissuto degli occhi e del corpo
far fluire attraverso il sangue il proprio tempo
il proprio spazio

l’ho vista incrociare lo sguardo con il ricordo
i luoghi senza più un nome
con i corpi senza più un nome
ciò che ora chiamiamo libertà

ho visto il suo sguardo capovolgersi
ascoltato le sue parole confinate in gola
per troppo tempo

ho assistito alla complicità tra pelle e corpo farsi memoria
sorreggersi per ritrovare un presente degno

ho vissuto i traumi subiti
e la trascurabile felicità di un tempo
attraverso i suoi ricordi
ho sentito il dolore che scaturisce dal vivere cercando di ricordare
e dal voler ricordare per continuare a vivere

ho sentito il vuoto
l’isolamento
il silenzio

ho dovuto
ho voluto
ripercorrere un sentiero preso dall’urgenza di un conflitto interiore
che ora
mi appare meno strappato

“Un racconto intenso, sporco, magistrale e carnale.”
Mattia Speranza

“L’urgenza di scrivere si è tradotta nell’urgenza di leggere. La lettura cade nelle parole di edera con una musicalità e una dolcezza infinite. Essere donna c’entra, c’entra essere quell’essere, c’entra sentire la sua selvaticità, l’additamento, la slealtà del meccanismo, c’entra essere donna e restare centrata in se stessa, fiera, ma con la necessità di un gesto di ridefinizione. edera ci ricorda la stupidità asettica delle nostre vite tese a coprire gli odori, gli umori. È umana, carnale e nello stesso tempo statuaria con la sua pelle confine col mondo. Il suo corpo a corpo con la lepre, l’idea della preda da cacciare, la simbiosi di due esseri smarriti diventano la stessa carne. La cenere sui tagli, la neve nella bocca, l’armonia del riflesso che le uccide il nome; ci si sente parte del tutto, della lotta per la sopravvivenza, della lotta contro chi ti vuole nel sistema, della lotta con l’animale, un sentire sincero, e ancora la lotta con se stessi quando si sente di incarnare un vuoto che non si riesce a colmare. Le favole ci insegnano fin da bambini quanto una donna che sia fuori dalle regole custodisca la magia del mondo, allora interviene la società, anche Cenerentola va fatta sposare, la sua potenza è pericolosa. Colpa del decoro. Piuttosto, pazza. Perciò Artaud deve aver scritto Alice in manicomio.”
Grazia Coppola

Vuelt du ca sirvie?
Doveva insistere nella scrittura Ivan, frantumarla, affondarci dentro; doveva leggerla ad alta voce, distendere l’afflusso di sangue venoso sulle tempie, sciogliendo le parole sotto la lingua, per comporre l’urgenza e plasmarla, per poterla sputare fuori ancora e allontanarla, solo dopo averla masticata.
L’eco, la risonanza di quella domanda iniziale è una porta della percezione. Nel tempo sospeso e lattiginoso di un inverno che non è solo dell’anima, quell’interrogativo ripetuto, ossessivo, è un diapason che va in avanti e a ritroso spezzando i vincoli della storia. E lei, la storia, cessa di esistere attraverso le pagine, incespicando, precipitando sul finire della riga e rialzandosi ad ogni attacco del tratto di inchiostro, per diventare sensazione. Si traveste da scrittura, all’occhio piatta, priva di punteggiatura, di differenze tra lettere maiuscole e minuscole, come quel tempo color seppia dove tutto è cominciato, ma al suono pronunciato o immaginato, eccola frequenza cardiaca, battito spasmodicamente dilatato e contratto. No, non è emozione, è pura sensazione: sensazione permeante che risucchia dentro a un tempo senza tempo, un tempo tutto interiore.
E’ metamorfosi dell’immateriale, il dentro di una donna, l’abisso di una donna che avvinghia la gola, da forma e sostegno a quello che ci passa attraverso.
E’ alchimia indecifrabile, intrisa nel mistero di ciò che cresce e divora nell’ombra un essere umano e che ritorna fisicità in negativo in chi la accoglie, modella su di sé chi la avverte. Quasi che solo spaccando il velo del sublime, la vita possa realmente mostrarsi, erompere dalla carne ed essere vista, senza bisogno di occhi, lì fissata in quel nodo in fondo alla gola.
E’ dignità inconsapevole, una condanna naturale o solo indomabile istinto a vivere, destinato a collidere contro l’isolamento e l’incomprensione. L’eco della domanda iniziale si allarga nella deflagrazione di tutto il peso di essere stati presenti a sé stessi, senza cedimenti, incapaci di voltare le spalle, sospinti verso un’unica direzione possibile.
Il dolore sta sospeso, aleggia ma non si può guardare, va restituita materialità al sentire per potercisi sottrarre, trasformare quello stesso sentire in percezione fisica, ferendosi per non perdersi. Era edera e l’edera non è pianta parassita. Nata senza sostegno proprio, deve imparare a sostenersi per sopravvivere, libera si àncora e sta. Libera da condizionamenti della forma, vive. “voleva sentirsi essere, perché essere non le bastava più”
Dalila Sansone

https://ivanfantini.blogspot.com/

ivan fantini, scrittore per urgenza. ha forti legami con l’anarchia, cerca l’intimità nell’alterità e vive di relazioni inaspettate in nuovi mondi creati dalla
contingenza. “Io la vedevo, dovevo” è il suo quarto scritto per le edizioni Barricate dopo “Anonimo fra gli anonimi” “Educarsi all’abbandono _ frammenti mutili” e “Animanimale _ apologia di un genere umano”. I suoi racconti “Lanugine” (2017), “Nestore Zocaie” (2018) e “Liquescenza” (2019) compaiono nell’Almanacco Quodlibet Compagnia Extra curato da Ermanno Cavazzoni.

ivan fantini